La mammografia è un esame molto conosciuto, ma talvolta guardato con timore. Le preoccupazioni più frequenti riguardano la compressione del seno e l’impiego di radiazioni. Comprenderne il motivo e il reale significato aiuta ad affrontare l’esame con maggiore consapevolezza.
Perché il seno viene compresso?
Durante l’esame la mammella viene posizionata e compressa per pochi secondi. La compressione serve a distribuire il tessuto in modo uniforme, ridurre le sovrapposizioni, limitare il movimento e ottenere immagini più nitide utilizzando la minore dose di radiazioni possibile.
La sensazione varia da donna a donna: può essere fastidiosa e, in alcuni casi, dolorosa, ma dura poco. La compressione deve essere adeguata all’esame, non inutilmente eccessiva. In presenza di dolore importante è opportuno avvisare subito il tecnico sanitario, che può verificare il corretto posizionamento e modulare la procedura compatibilmente con la qualità diagnostica necessaria.
Le radiazioni sono pericolose?
La mammografia utilizza raggi X a bassa dose. Non è corretto affermare che il rischio sia completamente assente: ogni esposizione a radiazioni ionizzanti comporta un rischio potenziale molto piccolo. Alle dosi impiegate nella mammografia, tuttavia, le autorità sanitarie e le linee guida considerano il beneficio della diagnosi precoce nettamente superiore al rischio radiologico nelle donne per le quali l’esame è indicato.
Quando è particolarmente utile?
La mammografia è la metodica di riferimento nei programmi di screening. In Italia lo screening organizzato interessa generalmente le donne tra 50 e 69 anni, con estensioni dai 45 fino ai 74 anni in alcune Regioni. A partire dai 40–45 anni può inoltre essere indicata al di fuori dello screening sulla base di sintomi, familiarità, rischio personale e valutazione specialistica. In presenza di un nodulo o di altri segni clinici, l’età da sola non deve ritardare un inquadramento diagnostico appropriato.
La sua efficacia dipende soprattutto dalla densità mammaria, non semplicemente dalle dimensioni del seno. Nei seni prevalentemente adiposi le anomalie sono in genere più facilmente distinguibili; nei seni densi il tessuto ghiandolare può mascherare alcune lesioni e rendere necessario integrare l’esame con ecografia e, in situazioni selezionate, con altre metodiche. Anche un seno voluminoso può essere denso e un seno piccolo può essere adiposo.
Il punto di forza: le microcalcificazioni
Uno dei principali vantaggi della mammografia è la capacità di evidenziare le microcalcificazioni, minuscoli depositi di calcio spesso non palpabili e non sempre riconoscibili con l’ecografia. La maggior parte delle calcificazioni è benigna; quando però presentano una distribuzione o una morfologia sospetta, possono rappresentare il segno di un carcinoma duttale in situ (DCIS) o di un tumore mammario in fase molto precoce.
Il loro riscontro non equivale quindi automaticamente a una diagnosi di tumore. Il radiologo valuta forma, numero e distribuzione e stabilisce se siano sufficienti i normali controlli, se servano immagini mammografiche di approfondimento oppure, nei casi indicati, una biopsia con guida mammografica o tomosintesi.
Mammografia ed ecografia: metodiche complementari
L’ecografia caratterizza molto bene numerosi reperti, soprattutto nel seno denso e nelle donne più giovani; la mammografia offre una visione panoramica della mammella ed è superiore nell’identificazione e nella valutazione delle microcalcificazioni. Per questo, quando indicato, le due metodiche vengono interpretate insieme: non sono concorrenti, ma strumenti differenti dello stesso percorso diagnostico.